Anna - (Marco Amenta, 2023) - Recensione - Con Rose Aste, Daniele Monachella, Marco Zucca
Anna, una giovane donna che vive in un angolo remoto della Sardegna, manda avanti la fattoria ereditata dal padre: pascola pecore e capre, produce formaggi, vive dei ritmi della natura. La sua esistenza è solitaria, segnata da un passato doloroso (un matrimonio violento, la fuga da Milano, una cicatrice che le ricorda ciò che ha subito) ma anche da un legame profondo con la terra che considera sua.
Un giorno compaiono le ruspe: una società italo‑francese ha acquistato dal comune il terreno su cui sorge la fattoria e vuole costruire un mega resort. Anna non possiede documenti che attestino la proprietà, ma rivendica un diritto antico e consuetudinario, fondato sulla lunga detenzione della terra da parte della sua famiglia. Inizia così una battaglia legale e morale.
La multinazionale tenta prima di convincerla con un’offerta economica poi, a seguito del suo rifiuto, con intimidazioni, pressioni, ostilità del paese che vede nel resort un’occasione di lavoro. Anna però resiste, spalleggiata da un avvocato mite e determinato, e combatte contro un potere economico che parla di “valorizzazione del territorio” mentre prepara la sua distruzione.
In "Anna" troviamo da un lato la lotta contro la speculazione edilizia; dall’altro la battaglia contro un sistema sociale che non sa dove collocare una donna che non si piega. La protagonista non combatte solo per un terreno: combatte per la memoria del padre, per la propria identità, per il diritto di esistere senza chiedere permesso. È una resistenza che diventa metafora di un’intera comunità, spesso schiacciata tra tradizione e modernità imposta dall’esterno.
Rose Aste, nei panni di Anna, è sorprendente. Non addolcisce nulla: porta sullo schermo un carattere spigoloso, caparbio, ruvido, che richiama un certo immaginario “sardo”. Ma Aste non si limita a incarnare un cliché: lo rende vivo, lo sporca di fragilità e di ferite. Il risultato è un personaggio che non cerca empatia, e che forse proprio per questo la ottiene.
La storia, ispirata a un fatto realmente accaduto, aggiunge peso e credibilità al racconto. Sapere che dietro la finzione c’è una vicenda concreta rende più tagliente ogni scelta narrativa: la violenza delle ruspe, la solitudine della protagonista, la pressione del paese che vede nel resort un’occasione di lavoro.
Un plauso al regista Marco Amenta, che riesce ad ottenere un realismo duro in una Sardegna aspra, ventosa, quasi ostile, non da cartolina.
Voto: 8/10
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