Corpo Celeste - (Alice Rohrwacher, 2011) - Recensione
Corpo Celeste e' la prima prova di regia della sorella della più nota Alba Rohrwacher, Alice.
Protagonista è Marta, ragazzina paradigma dell’ “emigrazione di ritorno”: infatti appartiene a una famiglia che era emigrata dalla Calabria in Svizzera, dove ha vissuto fino ai dodici anni, per poi tornare a Reggio Calabria allorchè anche in Svizzera i posti di lavoro hanno cominciato a scarseggiare.
Dunque, rientra con la madre e la sorella maggiore (del padre non si sa nulla, non lo si vede nè lo si nomina mai) e deve fare ancora la Cresima, perciò viene iscritta al catechismo.L’ impatto è notevole, l’effetto straniante che deve farle è probabilmente lo stesso che fa a noi la prima scena: una processione con fedeli e statua della Madonna secondo le tradizioni, ma sul greto asciutto, sassoso e pieno di rifiuti di un torrente, sovrastato da un rumoroso cavalcavia.
E poi via di squallore in squallore: il catechismo, tenuto da una signora segretamente innamorata del parroco, si svolge in una specie di cantina ed è ancora quello delle rispostine imparate a memoria, la fede che viene trasmessa è quella al confine tra perbenismo, superstizione e apparenza.La sua evidente diversità non viene assorbita ma colpevolizzata, lei è in ogni caso da correggere e nei suoi confronti non c’è indulgenza, anzi si tende a giudicare con severità anche la sua famiglia, rimproverandone sia la partenza sia, soprattutto e di nascosto, l’umiliante ritorno a fronte di un successo non ottenuto.
Lei non sembra soffrirne, ma si richiude in se stessa in una specie di estrema difesa della “sua” personalità, anche per evidente incompatibilità con gli altri componenti della sua classe del catechismo.Intanto la cerimonia si avvicina e il parroco, per “apparire” davanti al vescovo, vuole recuperare dalla chiesa di un paese abbandonato (altro tema poco noto, i paesi del Sud svuotati, "grazie" a finanziamenti comunitari, negli scorsi decenni per pericoli di frane, rimasti abbandonati come paesi-fantasma) un bel crocifisso di legno da mettere nella sua disadorna (e mal decorata) chiesa moderna.
Il parroco è un altro dei personaggi chiave della storia: potrebbe sembrare solo sfiduciato, ma è anche implicato nel voto di scambio (si reca personalmente a casa dei parrocchiani per dire loro chi devono votare, raccogliendone le firme su un foglio) e sta cercando di ottenere una parrocchia più prestigiosa.Nel giorno della Cresima tutte queste tensioni si mescolano in un crescendo fino ad esplodere.
Marta, sgridata ingiustamente, si allontana dal catechismo, il parroco la incontra per caso e la porta con sè a prendere il crocefisso nel paese abbandonato.Lì incontrano il vecchio parroco del paese, eremita disperato e sulle soglie di una pazzia priva di carisma.
Al ritorno il parroco, dopo aver caricato il crocefisso sul tetto dell’auto, continua il suo lavoro di procacciatore di voti, il crocefisso cade in mare e non si capisce se sia davvero un caso (scena molto evocativa), il vescovo è un indifferente burocrate che si sveglia solo davanti ai pasticcini, il coro dei cresimandi è terribilmente stonato, la perpetua viene umiliata, la Cresima è preceduta da un balletto di bambine vestite come Lolite, ammaestrate dalle mamme a imitare la peggiore soubrette del peggior programma della domenica pomeriggio..Un finale così duro da essere quasi insostenibile..
Insomma, un film “spinoso” ma decisamente affascinante, uno zoom sul passaggio dall’età infantile all’età adulta e sulla presa di coscienza di sè, visto attraverso gli occhi di una ragazzina un po’ incompresa ma niente affatto sprovveduta in un ambiente tendenzialmente ostile.Secondo il mio giudizio si tratta di un film molto interessante, che può sembrare eccessivo a persone che vivono in un altro ambiente, ma Alice Rohrwacher, durante un dibattito a cui ho assistito, ha dichiarato di aver trasferito nel film una parte di esperienze personali: il quartiere di Reggio dove il film è stato girato è quello in cui ha vissuto, fino all’adolescenza inoltrata, e anche la richiesta di voto di scambio corrisponde a realtà.
Marta è interpretata, benissimo, da Yle Vianello, ragazzina alla sua prima esperienza cinematografica.Eccezionale Pasqualina Scuncia, nella parte della catechista; anche lei non è un’attrice professionista, ma una vicina di casa, a Reggio, della regista.
Bravi anche Salvatore Cantalupo e Renato Carpentieri che interpretano i due parroci.
V
Nota: questa recensione l'avevo scritta nel 2012. Evidentemente, sul talento di Alice avevo visto giusto, dato che quest'anno si e' aggiudicata il Gran Premio della regia a Cannes per il suo secondo film, "le meraviglie".