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Testo Libero

12 aprile 2017 3 12 /04 /aprile /2017 13:14

 

Titolo estroso per il libro di ricordi di Marta Marzotto, scritto con :Laura Laurenzi, pubblicato poco prima della sua scomparsa e quindi diventato in pratica la sua autobiografia.

E` un libro per certi versi discutibile, ma certamente in grado di stuzzicare la curiosita` (credo, soprattutto delle lettrici).

Marta Marzotto, nata poverissima ma estremamente bella, grazie alla sua bellezza diventa prima mannequin poi moglie del Conte Marzotto, e con questo matrimonio ribalta oltre l’immaginabile la sua condizione sociale; ma se certamente la sua fortuna iniziale puo` essere attribuita a un regalo della natura, sono certamente il suo carattere e il suo modo di essere a farne una vera regina del jet-set internazionale per decenni.

Dai racconti traspare fin dall’inizio una forte personalita`; quando la famiglia Marzotto, una delle piu` ricche d’Italia, chiede alla giovane futura sposa del figlio cosa desideri per il corredo del matrimonio, lei risponde sobriamente “un completo di lenzuola e una coperta”; quando, fresca sposa, per un viaggio con amici riceve dal marito una pellicciona di visone “sauvage”, accessorio immancabile per le giovani signore dell’high society dell’epoca, constatando che le sue compagne di viaggio ce l’hanno TUTTE anche loro, butta la sua dal finestrino della carrozza-letto del treno su cui sta viaggiando.

Eppure non e` certo ribelle nei confronti del soldi: li spende a piene mani, ama averne in grande quantita` in contanti nella borsetta, ma in qualche modo sembra non le appartengano.

E` tutto e il contrario di tutto. Ha un salotto a Roma in cui invita artisti e cardinali, politici e belle donne. Le sue feste sono le piu` divertenti, nessuno rifiuta mai un suo invito.

Un tourbillon continuo di inviti e appuntamenti: la villa di Cortina, quella in Sardegna, i viaggi, i pranzi, le cene, le colazioni, anche gli amanti.

Il conte vede ma tace, almeno all’ inizio. Quando poi si arriva alla storia con Guttuso, che lei descrive come immensa, tutto si complica.

Fino all’epilogo, tristissimo: Guttuso si ammala e la famiglia (di lui, che aveva moglie, e altra gente che gli “stava addosso”, forse per l’eredita`) le impedisce di vederlo, di stargli vicino fino alla morte come lei gli aveva promesso. E solo a questo punto il conte Marzotto chiede la separazione, la storia finisce sui giornali con tutti gli eccessi del caso, e “la” Marta, che sola veramente non e` mai, resta sola come nessuno, soffre terribilmente e probabilmente per questa vicenda non ha smesso di soffrire fino alla (propria) morte.

Ma la Marta e` una combattente, non dimentica ma si rialza.

Non vorrei raccontare tutto il libro, che si legge di corsa ed e` pieno strapieno di racconti memorabili. La Marzotto riesce a sdoganare perfino certi aspetti insopportabili del lusso con il suo entusiasmo. Certo, il libro non riesce a farmi accettare certe frequentazioni tanto incredibili quanto improponibili: come partecipare in qualita` di ospite a una (pur affollata) battuta di caccia organizzata dal generale Franco, dittatore in Spagna fino agli anni ’70; andare nel deserto (con le amiche) ospite di Gheddafi; e tante altre cose che sprizzano lusso e tempo da perdere.

Anche molta beneficenza, fortunatamente poco esibita.

In conclusione, e` una lettura leggera che rivela un mondo a cui gran parte dei lettori non appartiene; e al tempo stesso e` la celebrazione/ricordo di un personaggio che rappresenta “la mondanita`”, un’ epoca e un mondo che forse adesso sono quasi scomparsi, o forse semplicemente si sono un po’ ritratti e allontanati dai riflettori.

E` un’ottima lettura estiva.

Smeraldi a colazione - Di Marta Marzotto (con Laura Laurenzi) - Recensione - Sottotitolo: le mie sette vite - Ed. Cairo

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2 aprile 2017 7 02 /04 /aprile /2017 09:44

 

Della famiglia Lehman e/o dei suoi discendenti non sapevo nulla fino al 2008, quando il devastante fallimento della “Lehman Brothers”, potentissima holding finanziaria statunitense, ha di fatto avviato la crisi finanziaria degli ultimi anni.

Questo libro e` un’opera teatrale che ricostruisce la storia della dinastia partendo proprio dall’inizio, quando il giovane Henry Lehman, figlio di un allevatore di Rimpar, Baviera scende da un piroscafo al porto di New York, nel 1850.

Verra` poi seguito dai fratelli Emanuel e Mayer.

Come tutti gli immigrati dell’epoca ha solo una valigia e si guarda attorno non sapendo dove andare. Ma sono altri tempi, l’ America e` accogliente e piena di possibilita`, e lui rivela un’indiscutibile capacita` nel coglierle.

Mostra anzitutto straordinarie doti di commerciante: si trasferisce a Montgomery, Alabama e apre un negozio, dove vende un po’ di tutto, a partire dalle stoffe e dagli abiti realizzati col cotone prodotto dalle grandi piantagioni dei dintorni. Poi con un crescendo inarrestabile e, a ogni passaggio, delle intuizioni geniali, passa a fare da mediatore di cotone, tra piantagioni che dopo un incendio hanno bisogno di materiale per ricominciare e lo pagano con cotone grezzo e industriali del Nord che quel cotone grezzo comprano da lui per trasformarlo, e un passo dopo l’altro, riuscendo miracolosamente a salvarsi anche durante la Guerra di Secessione che contrapponeva il sud negriero e cotonifero al nord industriale fruitore del cotone, la Lehman arriva a occuparsi di tutto, presta soldi su scala sempre piu` grande, cioe` diventa una banca e poi una finanziaria. Che finanzia la costruzione della rete ferroviaria che collega l’Est con l’ Ovest degli Stati Uniti, gli aerei, le guerre, l’ America.

La crescita di Lehman Brothers e` la crescita degli Stati Uniti come potenza internazionale, ed e` altrettanto entusiasmante. Si puo` dire che ci sia la loro impronta su TUTTO. Almeno fino al 2008.

La scrittura e` molto particolare: non e` un classico testo teatrale, con le battute dei personaggi, e` quasi un testo poetico, e infatti gli “a capo” non sembrano quelli della prosa ma quelli della poesia, come seguendo le esigenze della recitazione. Mi ha fatto pensare a un poema epico, in cui si cantano, con linguaggio sciolto, contemporaneo e disinvolto, le gesta di una scalata sociale e finanziaria che credo abbia pochi paragoni nella storia.

I personaggi sono caratterizzati con pochi e magistrali tratti che li rendono indimenticabili a partire dai soprannomi: “la testa”, “il braccio”, “la patata” sono I tre fratelli fondatori, e poi ci sono i personaggi di contorno, Teddy Wilkinson “Maniperfette”, “TestaTonda Deggoo”, tanti altri dipinti con pochi tratti fulminanti.

Tutti definiti cosi` bene che ci diventano familiari, sembra quasi di vederli.

La narrazione e` incalzante, le generazioni si susseguono l’una dopo l’altra, il racconto non perde il ritmo e da` luogo anche a pagine di grande intensita` espressiva come il racconto della grande crisi di Wall Street del 1929, da cui I Lehman riuscirono ad uscire ancora pressoche` indenni.

Lungo le generazioni ovviamente qualcosa cambia, I figli nascono in un’enorme ricchezza che permette loro di diventare, nel bene e/o nel male, completamente diversi dai precursori.

Anche narrativamente le nuove generazioni sono meno interessanti, ma perfino meno caratterizzate, delle prime.

Resta l’entusiasmo per la parte “rampante” del racconto, e` emozionante vedere emergere gli Stati Uniti del ‘900 da quella specie di magma primordiale in cui si trovava nel secolo precedente, e non si puo` che applaudire estasiati il senso degli affari, la capacita` di cogliere le occasioni, l’intelligenza delle scelte. Con quali effetti collaterali “secondari” e quali retroscena, non e` facile capire, su questi aspetti la narrazione passa piu` veloce.

Ma resta un libro straordinario, un racconto imperdibile e cerchero`, quando possibile, di assistere a una sua rappresentazione teatrale.

 

Questo testo e' scritto da ai Stefano Massini, dal 2015 consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano.

Lehmaan Trilogy - Stefano Massini - Recensione

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16 marzo 2017 4 16 /03 /marzo /2017 05:40

 

Un amico magrissimo mi ha portato da leggere questo libro, scritto da una nota oncologa, Maria Rosa Di Fazio, ex collaboratrice preso l’Istituto dei tumori di Milano e attualmente responsabile del servizio di Oncologia Medica (Day Hospital e Ambulatorio) del centro SH, Health Service di San Marino.

Con una prosa amichevole e disinvolta, la dottoressa passa in rassegna i principali errori alimentari nei quali e` possibile, e anche molto comune,  incappare, correlandoli ai possibili effetti patologici, alla luce della sua vasta esperienza lavorativa.


La dieta consigliata che ne risulta e`, per certi versi, spiazzante, soprattutto rispetto a molti luoghi comuni della nostra tradizione alimentare: ad esempio il collocamento della frutta esclusivamente a colazione e non, come in quasi tutte le famiglie, a conclusione del pranzo e della cena; il ripudio del latte vaccino e dei suoi derivati; la sconfessione della tipica “cena ospedaliera” composta da pastina, prosciutto, formaggino.


Il tutto giustificato con spiegazioni scientifiche dettagliate, ma abbordabili anche da chi non e` “del ramo”.


Certamente e` un libro che puo` suscitare perplessita` ed e` sicuramente molto difficile adottare completamente la dieta consigliata dalla dottoressa, a meno che, ovviamente, non si sia obbligati da un serio problema di salute; ma si puo` anche scegliere di seguire solo una parte dei consigli, dai cibi da evitare completamente a quelli che semplicemente non andrebbero consumati insieme.

In generale non sono molti gli alimenti veramente “proibiti”, si puo` continuare a mangiare quasi tutti i cibi che ci piacciono e che siamo abituati a consumare, usando solo semplici avvertenze che riguardano per lo piu` la collocazione dell’alimento scelto nel pasto piu` opportuno.


La dottoressa elenca risultati positivi ottenuti, anche grazie alla sua dieta (o almeno: risultati che la dieta seguita dal paziente non vanifica, come invece in certi casi pare succeda), sia nella cura del cancro che in altre patologie come l’obesita` e il diabete.


Che dire? Si tratta di buoni consigli, gradevolmente proposti, non troppo difficili da seguire..

Mangiare bene per sconfiggere il male - Maria Rosa Di Fazio - Recensione

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1 gennaio 2017 7 01 /01 /gennaio /2017 20:44

 

Ho comprato per caso questo libro, in un mercatino dell’usato in cui cercavo qualche libro da lasciare in montagna, come soccorso in caso di improvvisa fine di quelli che mi porto da casa (perche` nel paesino, a 1300m, c’e` solo un’edicola che vende best seller, non proprio il mio genere).

Nella scelta ho guardato quasi esclusivamente I nomi degli autori: Domenico Starnone e` uno di quelli di cui mi fido, per cui, un’occhiata rapida al risvolto di copertina, e via alla cassa (il prezzo tra l’altro era veramente minimale).

E` uno dei suoi primi libri (e` del 1989).

 

Tutto all’interno di un gruppo di amici che sono tali da molti anni, fin dalla giovinezza, che hanno condiviso origini abbastanza umili, studio con ambizioni di riscatto, sogni di letteratura, militanza politica e amori (quasi ogni maschio del gruppo e` stato il compagno/il marito di quasi ogni ragazza del gruppo), esperienze sessuali vere e/o millantate.

E adesso sono quasi tutti prof disincantati o collaboratori “minori” di una Fondazione culturale poco nota, le coppie sono quasi tutte gia` scoppiate, ci sono figli di diversa eta` e diverse esigenze.

Conservano pero` la discutenza da sessantottini militanti che si mescola ai conflitti generazionali vissuti ormai dalla parte opposta, alle piccole guerre di potere nell’ambito della Fondazione, ai sogni di scrittura accantonati, a un senso di inadeguatezza e insoddisfazione per un presente squallidino che non corrisponde ai loro sogni di gioventu`.

La storia ruota intorno alla “famosa” lettera di Italo Calvino. Calvino l’avrebbe scritta a Michele, dopo aver letto una sua bozza, per incoraggiarlo a continuare a scrivere, e Michele vorrebbe renderla pubblica per usarla contro Olga, amica del passato, che adesso lo osteggia nella Fondazione.

Solo che la lettera e` falsa, e chi degli amici lo sa si mobilita, si vede, di nascosto e non, discute, argomenta, chiarisce, semplifica, complica. Coinvolgendo in parte anche il figlio di Michele e la sua ragazza e revitalizzando discussioni e passioni ormai decotte e sopite.

Con deliziose divagazioni, come il piccolo, carinissimo, cameo della bimba Matilde col suo demoniaco amico Camilli e I loro folli progetti di saltare dalla finestra per uccidere il signor Ottavio.

Finche` tutto finisce come scoppia una bolla di sapone.

E` il racconto di una generazione, quella dei giovani di sinistra di cinquant’anni fa, che parlavano forse troppo, a volte celando ambizioni banali e rivalse da “primi che han studiato” (cit. Guccini). Che si stracciano l’anima su cose davvero da nulla, che sono in realta` rimasti un po’ ragazzi e perfino indifesi davanti al cinismo dei giovani veri, a cui della sinistra non importa un bel niente, a cui forse non importa niente di niente, ma infine poi cosi` stupidi non sono.

Non arriva da nessuna parte, ma fa pensare. Ridimensiona un po’ tanti concetti, tante esagerazioni di lunga data.

Appena conosciuti I personaggi ci si ritrova “dentro” e sembra quasi di fare parte del gruppo.

Leggermente logorroico, ma esatto nel riprodurre un periodo, un ambiente.

Scritto bene.

Il salto con le aste - (Domenico Starnone, 1989) - Recensione

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11 novembre 2016 5 11 /11 /novembre /2016 03:49

 

Romanzo del 2011 di Elena Ferrante, primo volume di un ciclo composto da quattro libri.

 

Un po’ incuriosita dal dibattito intorno alla vera identita` di Elena Ferrante, ho cominciato questo libro che mi ha “agganciata” e ho poi letto l’intera quadrilogia. “L’ amica geniale” e` a mio parere il piu` bello dei quattro libri.

La storia inizia nel secondo dopoguerra ed e` ambientata in un pittoresco quartiere della Napoli piu` povera.

L’amica geniale per me non e` facile da identificare: le protagoniste infatti sono due, due bambine, amiche, diverse ma accomunate da un’intelligenza e da una volonta` fuori dall’ordinario, per cui per me il ruolo di amica geniale passa dall’una all’altra durante lo svolgersi della storia. Narratrice e` una delle due, Elena detta Lenu`, che racconta in prima persona, mentre l’amica e` Raffaella, detta Lina da tutti tranne che da Lenu` che la chiama Lila. Lila ha un’intelligenza sfolgorante e velocissima, mentre Lenu` e` meno appariscente ma piu` determinata e metodica.

Intorno a loro si muove una folla di personaggi del quartiere, in cui si mescolano amanti e donne che per amore impazziscono, strozzini e camorristi, negozianti e piccoli artigiani con sogni di gloria, insegnanti che tentano con tutte le loro forze di far risaltare chi se lo merita e toglierlo cosi` a un destino che pare gia` segnato: moglie-madre, bottegaio, camorrista.

In questo contesto la bravura di Lila e Lenu` emerge e viene notata, ma mentre Lenu`, figlia di un usciere comunale, riesce a vincere la sua battaglia per continuare a studiare, Lila, di condizioni economiche peggiori e forse non abbastanza determinata per riuscire a convincere la sua famiglia, interrompe gli studi dopo le elementari.

Il libro si chiude con il matrimonio di Lila diciassettenne, ma naturalmente la curiosita` suscitata e` tale che continueremo con I libri successivi.

 

Il mio commento risentira` probabilmente del modo in cui il mio giudizio si e` evoluto durante la lettura dei quattro libri, ma ora provero` a recensire solo “L’amica geniale`.

Anzitutto la scrittura: ottima, di ritmo incalzante e molto scorrevole. E` una lettura “facile” e veloce, di cui il principale difetto, nel primo libro, e` la difficolta` a ricordarsi tutti I personaggi e le loro reciproche relazioni (ma non spaventiamoci, non e` Dostojevskji).

I caratteri sono definiti benissimo, con tratti precisi e acuti, con particolari caratterizzanti per cui leggendo li “inquadriamo”, e secondo me, e` quasi inevitabile partecipare idealmente alle vicende e schierarsi da una parte o dall’altra. Perche` di fatto, le due bambine sono amicissime ma e` evidente la frizione tra I loro caratteri, la sfida che conduce almeno in questo libro ciascuna della due a dare il meglio di se` per confrontarsi con l’altra: sembra che nessuna delle due abbia senso “da sola”, che ciascuna debba continuamente dimostrare qualcosa all’altra, e il confronto continuo serve ovviamente da stimolo per un ulteriore miglioramento.

Pittoresca e` anche la folla dei personaggi di contorno e lo sviluppo delle loro vicende; magnifico e` l’affresco della Napoli della ricostruzione post-bellica, delle ansie e delle speranze che l’attraversavano, di questo mondo privo di tutto e al tempo stesso pronto per evolversi in ogni direzione.

E` un libro pieno di storie e di racconto, gli avvenimenti si accavallano vorticosamente e rimane poco spazio per una lettura riflessiva, anche se I temi trattati a volte lo consiglierebbero: ma la narrazione corre, letteralmente, e anche il lettore finisce per correre.

Questo naturalmente ha come effetto collaterale quello di sembrare una sceneggiatura particolarmente ricca e piena di avvenimenti ed argomenti. Si procede da un colpo di scena all’altro e tutti i personaggi si evolvono in continuazione, chi avevamo giudicato bene rivela aspetti negativi, chi avevamo giudicato male si mostra meglio di cio` che pensavamo, in un capovolgimento continuo.

Perfino Lenu` di tanto in tanto ci delude, ma la vera regina del trasformismo e` Lila, personaggio che non riesce a essere coerente ne` prevedibile per piu` di due pagine consecutive. (Da un’amica cosi` sarei scappata a gambe levate..)

 

In conclusione, e` un libro che non ha momenti di noia ne` di pausa, lo si legge tutto d’un fiato e si resta agganciati al successivo, perche` davvero non si puo` fare a meno di sapere come continua la storia. Praticamente un serial, insomma, e questo e` al tempo stesso il suo pregio e il suo limite.

 

P.S. Naturalmente questa recensione e' di mia moglie...

'

L'amica geniale - (Elena Ferrante, 2011) - Recensione

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14 luglio 2016 4 14 /07 /luglio /2016 02:43

 

Nell'ambito del festival musicale Massimo Amfiteatrof che si tiene a annualmente a Levanto (SP), quest'anno si e' inserita questa interessante conferenza tenuta dalla professoressa Marzia Dati

( http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=0ahUKEwjJ3OXs6vHNAhWIWRQKHZRQBsgQFggcMAA&url=http%3A%2F%2Fwww.keats-shelley-house.org%2Fsystem%2Fresources%2F0000%2F0103%2FNota_biografica_Marzia_Dati.doc&usg=AFQjCNG_B2_11gqHRyErZ2NaFA_e-KZuJg&bvm=bv.126993452,d.d24 ).

 

 

L'argomento, intrigante, era legato al festival in quanto trattava soprattutto la vita straordinaria della madre di Massimo Amfiteatrof, Illaria (Evlalia) Vladimirovna Sokolova Amfiteatrova, donna di cultura, attrice e poi traduttrice rimasta all'ombra dell'ingombrante marito Aleksandr Valentinovič Amfiteatrov.

Di lei, che ha tradotto, tra le altre, le commedie del Goldoni in russo, esiste un interessante libro dal titolo "Negli Artigli dei Sovieti", che la Dati vorrebbe poter ripubblicare, magari assieme al suo lavoro di ricerca sull'argomento.

Nell'opera "Negli Artigli dei Sovieti" si narrano alcune figure di donne che Illaria Amfiteatrova conobbe nel carcere di massima sicurezza di Pietroburgo.

Curiosamente, la coppia Amfiteatrof, allergica alle restrizioni della liberta' personali, e che per questo che avra' problemi sia con la dittatura zarista prima che con il regime bolscevico dopo la rivoluzione, aderira' al partito fascista, anche se poi Illaria conoscera', durante la seconda guerra mondiale, i campi di concentramento di Offida (Provincia di Ascoli Piceno) e Casacalenda (Provincia di Campobasso).

Aleksandr Valentinovič Amfiteatrov

Aleksandr Valentinovič Amfiteatrov

"Esuli russi a Levanto. Ilaria Vladimirovna Amfiteatrova: una scrittrice dimenticata" - Conferenza dalla Prof. Marzia Dati

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Published by petardo - in Eventi Libri
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13 luglio 2016 3 13 /07 /luglio /2016 03:12

 

Per la rassegna "Levanto reading", e' stato presentato ieri (e in parte letto) il libro di Marco Datrino dal titolo “Un antiquario al Kremlino, storia di una famiglia di mercanti d'arte”.

La famiglia di cui si parla e' proprio quella del Datrino, presente alla serata.

Levanto reading - “Un antiquario al Kremlino, storia di una famiglia di mercanti d'arte”, Marco Datrino

Una vicenda di successo, iniziata dal padre di Marco, che ha iniziato nel dopoguerra facendo in pratica il rigattiere (vendeva vecchi candelabri, e la sua prima intenzione era di fonderli per separare i metalli che li costituivano).

L'attivita' e' poi virata, grazie a incontri fortunati e ad un intuito notevole, nella ben piu' remunerativa professione di mercante d'arte.

Lo stesso intuito, unito forse, come ama affermare lo scrittore - antiquario, in una attenzione particolare alle opere "di qualita'" ha portato Marco ad un successo per alcune sue attivita' di livello internazionale, facendogli conoscere personaggi del calibro di Gianni Agnelli e Raissa Gorbaciova.

Nel libro sono descritti aneddoti della sua vita (una novantina), molti dei quali decisamente divertenti, come quello. descritto durante il reading, con l'Avvocato Agnelli, decisamente esilarante e dal sapore fantozziano.

Levanto reading - “Un antiquario al Kremlino, storia di una famiglia di mercanti d'arte”, Marco Datrino

Una delle "avventure" piu' esaltanti e' sicuramente stata quella in Russia, dopo la caduta del muro di Berlino.

Non senza difficolta' (ma con una caparbieta' e, in parte fortuna notevoli) ha portato Marco Datrino ad organizzare una grande mostra che forse per la prima volta, faceva conoscere al mondo tele russe del periodo 1930 - 1956, relative al realismo socialista.

Bando alle elucubrazioni degli astrattisti, il potere comunista richiedeva agli artisti statali quadri che fossero immediatamente comprensibili al popolo.

Levanto reading - “Un antiquario al Kremlino, storia di una famiglia di mercanti d'arte”, Marco Datrino

Il successo anche finanziario di tutte le attivita' dei Datrino fecero si' che anche castelli assieme al loro contenuto fossero acquisiti e poi rivenduti dalla famiglia.

Uno di questi, a Torre Canavese, sara' adibito invece prima a casa d'aste e poi a esposizione dei pregiati pezzi in possesso e vendita dell'azienda.

La stessa Torre Canavese sara' trasformata in citta' d'arte, con numerose opere di vari artisti realizzate ed esposte proprio sulle strade del paesino, in una sorta di museo a cielo aperto che probabilmente non mancheremo di visitare.

Di Marco Datrino colpisce la sua sincerita' e una certa aria "vernacolare" che anni di frequentazioni anche di parte del "jet set" internazionale non hanno cancellato.

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22 aprile 2016 5 22 /04 /aprile /2016 03:49

 

Sono entrato in possesso di un numero di questa rivista grazie ad un abbonamento a 3 mensilita' che ho "vinto" on line.

Si tratta di una rivista mensile di cucina piuttosto economica (1.50 euro) che si sviluppa su poco meno di 100 pagine.

Anche la carta appare economica, con la copertina poco piu' spessa delle pagine interne.

Il nome "Cucina moderna" e' gia' di per se un po' antiquato, il che non mi fa propendere granche' a favore della rivista.

In copertina si cita il numero delle ricette che sono inserite: ben 108, un numero veramente elevato.

Chiaramente, per pubblicare tutte quelle ricette, considerando le rubriche che non parlano direttamente di piatti da cucinare e le pubblicita', queste saranno ridotte ai minimi termini, sia come spiegazione che come fotografie illustrative. Infatti fotografie con la sequenza delle operazioni sono rarissime.

Inoltre, le ricette sono tra il banale e il popolareccio-casalingo. Diciamo un po' nazional-popolari.

Quindi la rivista non e' molto adatta al cuoco evoluto o anche solo curioso di rinnovamento.

Da qui, a mio avviso, si evince il target che si sono dati gli editori: persone di mezza eta' che trafficano spesso in cucina per il sostentamento quotidiano, e che quindi hanno dalla loro un po' di pratica. Infatti, per un principiante, ricette senza foto e dalla spiegazione stringata sarebbero piuttosto di ardua realizzazione, anche se, in generale, si tratta di ricette semplici. 

Rivista di cucina "Cucina Moderna" (Mondadori)
Rivista di cucina "Cucina Moderna" (Mondadori)

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20 ottobre 2015 2 20 /10 /ottobre /2015 14:18

 

Ci sono vite che si consumano tutte nell’attesa di qualcosa che poi non arriva, o nel ricordo di qualcosa che e` arrivato e ha compiuto un danno irreparabile di cui si scontano ancora le conseguenze.

 

Nel 1953 Italo scampa fortunosamente all’alluvione del Polesine, ma nell’ enormita` della tragedia perde tutto quello che aveva; un groviglio di ricordi e rimorsi lo porta a Milano, dove recuperando un vecchio edificio apre la Pensione Palomar.

La Pensione Palomar resiste, nei suoi due piani, per 46 anni, mentre attorno le crescono, anno dopo anno, i palazzoni; come per imprinting di Italo, diventa un punto di ritrovo per clienti abituali, accomunati tutti dall’unico ma fondamentale tratto di avere la vita spezzata.

Non esattamente dei casi umani, ma quasi: dall’arpista che ha dovuto rinunciare a una folgorante carriera (e all’amore) in seguito a una caduta che le ha fratturato un pollice, all’uomo abbandonato da piccolo e ora, da adulto, venuto alla ricerca del padre, alla ragazza che ha coltivato un amore impossibile per 46 anni, alla bimba resa orfana e come conseguenza muta da una disgrazia terribile,

solo per citare qualche caso.

Tutte queste storie si mescolano in una progressione che ha del misterioso, come in un puzzle che si ricompone sotto gli occhi del lettore.

A uno a uno vediamo sciogliersi e ricomporsi le vite di tutti i personaggi, apprendiamo tutti i retroscena. C’e` anche un affresco di personaggi minori, dipinti con cura.

 

Ho preferito non approfondire troppo la trama.

E` una storia che fin dall’inizio pare intrisa di una tristezza “rinunciataria”; queste persone sono state ferite dalla vita e quasi tutti hanno rinunciato a lottare per ottenere cio` a cui parevano predestinati prima dell’ “evento” che li ha colpiti, di qualunque tipo esso sia. Non sono pero` esattamente dei depressi, paiono piu` persone che di proposito hanno spento una parte molto importante di se`, e vivono con quello che rimane; persone che si obbligano a una squallida normalita` senza piu` illusioni, ma che in realta` sono come in attesa, e davanti a un imprevisto (imprevisti diversi, a ciascuno il suo) trovano inaspettate capacita` di reazione.

Per qualcuno l’imprevisto e` benefico, per qualcuno purtroppo no; alla fine ciascuno di loro sembra trovare la “sua soluzione”, ma non e` sempre positiva e quando lo e` arriva comunque troppo tardi, il tempo passato e` irrimediabilmente perduto e un miglioramento del presente non puo` comunque realizzare completamente i sogni che si erano coltivati.

Ma non tutto e` perduto, sembra dire Mattia Signorini.

Mattia Signorini, che ho incontrato alla presentazione del libro alla libreria “Le Notti Bianche” di Vigevano, e` un giovane scrittore di sicura vocazione, piu` maturo degli anni che dimostra, gia` al suo quarto libro e titolare di una fortunata scuola di scrittura.

La sua prosa e` misurata e lineare, non ricerca effetti o particolari originalita` linguistiche, perche`, almeno a mio parere, sembra concentrarsi piu` che altro sulla trama, sulla storia piu` che sulla forma.

Quindi la forma e` semplicissima, di facile lettura.

I personaggi sono approfonditi con cura e sensibilita`; dando spazio a dettagli infinitesimi e sentimenti reconditi, ottiene un effetto di grande profondita` fino a riuscire a dare “suono” al silenzio della bimba Penelope, che non parla piu`, ma ogni minimo gesto e` rivelatore di uno stato d’animo.

 

Anche se racconta storie spesso tristi, non e` un libro triste, e` intessuto di una malinconia leggera; la sensazione finale che ci unisce ai personaggi e` quella del rammarico, il “come avrebbe potuto essere se”, pronunciato mentre la vita comunque prosegue e qualche speranza ostinatamente rimane.

Ho apprezzato il fatto che le storie vengano chiuse quasi tutte, al contrario di molti romanzi recenti in cui, semplicemente, non c’e` il finale e il lettore rimane “sospeso” a farsi domande.

Qui le risposte ci sono quasi tutte, anche se certamente la cosa piu` interessante e` il viaggio malinconico attraverso le varie storie, in ciascuna delle quali c’e` almeno un aspetto, un dettaglio, in cui chiunque puo` riconoscersi.

L’ho letto quasi d’un fiato e mi riprometto di cercare i tre libri precedenti di questo giovane autore.

Le fragili attese - Mattia Signorini

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4 settembre 2015 5 04 /09 /settembre /2015 19:47

 

A Baricco sono affezionata: appena esce un suo nuovo libro lo compro, incurante di qualsiasi critica.

Di solito non me ne pento, ed e` andata cosi` anche questa volta nonostante da un libro all’altro sembra proprio che “lui” voglia mettersi alla prova con gli argomenti piu` “difficili”, prima col pulp, adesso col sesso.

La Sposa giovane non e` una storia di sesso, pero` e` una storia in cui il sesso e` presente in continuazione, e` quasi una chiave di lettura.

La Sposa (non vengono usati nomi propri, ma solo nomi “di ruolo”), arriva in una casa governata da un ingombrante rituale tra lo sfarzoso e il ridicolo: ad esempio, il risveglio sembra quello di una famiglia reale, i suoi componenti si attardano per ore davanti a una colazione gigantesca a cui attendono, gustando prelibatezze di ogni genere, spettinati e in pigiama, e in queste condizioni ricevono eventuali ospiti/clienti/fornitori.

Regista del rituale pare essere uno strano maggiordomo, un maggiordomo perfetto, a tratti confidente, a tratti impenetrabile.

Ci sono personaggi stranissimi, tra cui uno zio che vive nel sonno e che non e` neanche uno zio, e un Padre che vuole accanto a se` nel momento della morte, tra tutte le persone tra cui potrebbe scegliere, proprio la Sposa Giovane, che sembra essere per lui una perfetta estranea.

La Sposa Giovane si adatta presto, e passo dopo passo scopre i mille segreti della casa, su cui regna sovrana la Madre che la inizia al sesso, che e` al suo posto di comando della famiglia grazie a una storia di sesso; eventi importanti si svolgono nel bordello dove anche la Sposa Giovane finira` per entrare (e da cui uscira` comunque stranamente “indenne”, come se nulla fosse successo).

Lo “Sposo” e` nominato, ma assente per quasi tutta la narrazione: e` in viaggio e da dove si trova manda souvenir spiazzanti, al limite dell’assurdo; per tutto il libro il lettore pensa che non comparira` mai di persona, e invece ritorna, quasi nell’ultima pagina.

Delle infinite domande che il lettore si pone durante la lettura, ben poche trovano risposta, naturalmente.

Insomma, stranezze a profusione, supportate pero` dalla solita straordinaria capacita` espressiva di Baricco, che sa scrivere come pochi altri e rende accettabili e interessanti storie decisamente strampalate.

Riassumendo, a me e` piaciuto, ma francamente non avevo dubbi perche` non mi e` mai capitato il contrario; e in questo libro ho trovato perfino un’eco della potenza evocativa di “Castelli di rabbia”, il primo romanzo di Baricco che mi aveva folgorato.

Che importa di cosa racconta, se lo racconta cosi`.

 

Nota: ovviamente la renensione e' stata scritta da mia moglie.

La sposa giovane - Alessandro Baricco

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Published by petardo - in Libri
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